Sistemi anticaduta spiegati in modo semplice: come si classificano e perché conta

sistemi-anticaduta-classificazione

Chi sale su un tetto per controllare un’antenna, pulire una grondaia o sostituire un pannello sente parlare di linee vita, ancoraggi, DPI, sistemi di tipo C. Sono sigle che compaiono nei preventivi, nei verbali di cantiere e nei documenti condominiali, quasi sempre senza spiegazione. Eppure dietro ogni lettera c’è una scelta tecnica precisa.

In questo post vediamo come si classificano i sistemi anticaduta, partendo dalla distinzione più semplice e arrivando alle norme tecniche che li dividono per tipo.

Prima domanda: quando si parla di lavoro in quota

La definizione sta nel Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro, il decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81. L’articolo 107 chiama lavoro in quota l’attività che espone il lavoratore al rischio di caduta da una quota posta ad altezza superiore a 2 metri rispetto a un piano stabile.

Due metri non sono molti. Oltre quella soglia la legge chiede di scegliere un sistema di protezione, e non uno qualsiasi.

Protezione collettiva e protezione individuale

La prima grande divisione non riguarda il prodotto ma il modo in cui protegge. Un sistema di protezione collettiva ripara chiunque si trovi in quella zona, senza che la persona debba fare nulla: un parapetto lungo il bordo del tetto protegge il tecnico, il collega che lo accompagna e anche chi sale una volta all’anno per un sopralluogo. Si usa anche la sigla DPC, dispositivi di protezione collettiva.

Un sistema di protezione individuale invece protegge solo chi lo indossa e lo collega correttamente. Qui entrano i DPI, cioè i dispositivi di protezione individuale: l’imbracatura, il cordino, l’assorbitore di energia. Se l’operatore dimentica di agganciarsi, il sistema non serve.

Per questo la legge stabilisce un ordine. L’articolo 111 del decreto 81 impone al datore di lavoro, nella scelta delle attrezzature per i lavori temporanei in quota, la priorità alle misure di protezione collettiva rispetto a quelle individuali. L’articolo 115 precisa quali sono i sistemi collettivi da preferire: parapetti e reti di sicurezza. Il testo completo si può leggere nella versione del decreto pubblicata dalla Regione Toscana.

Solo quando parapetti e reti non sono realizzabili si passa ai sistemi individuali. Anche fra questi l’articolo 115 fissa una gerarchia. Vengono prima i sistemi di trattenuta, quelli di posizionamento sul lavoro e quelli di accesso e posizionamento mediante funi. Il sistema di arresto caduta viene dopo. La logica è intuitiva: meglio impedire di arrivare al bordo che fermare una persona già in caduta.

C’è poi un dettaglio che spesso sfugge. Sempre l’articolo 115 stabilisce che i sistemi individuali, fatti di un dispositivo di presa del corpo e di un sistema di collegamento, devono essere assicurati a un punto di ancoraggio sicuro. Ed è proprio l’ancoraggio la parte che le norme tecniche classificano con le lettere.

Le cinque tipologie della UNI EN 795

La norma di riferimento per i dispositivi di ancoraggio è la UNI EN 795. La norma divide gli ancoraggi in cinque tipi, indicati con le lettere dalla A alla E. Il quaderno tecnico Ancoraggi pubblicato dall’INAIL nel 2014, nella collana dedicata ai cantieri temporanei o mobili, ricorda che si tratta di dispositivi progettati esclusivamente per l’uso con i DPI contro le cadute dall’alto. In altre parole, l’ancoraggio da solo non protegge nessuno: è il punto a cui l’operatore si collega con la propria attrezzatura.

Una sintesi ordinata delle cinque famiglie, con esempi di installazione, si trova nel testo che riporta la classificazione di Pegaso Anticaduta. Qui le riprendiamo una per una, con le definizioni del quaderno INAIL.

Tipo A: il punto fisso

Per l’INAIL il tipo A ha uno o più punti stazionari di ancoraggio e ha bisogno di un ancoraggio strutturale o di un elemento di fissaggio per essere fissato alla struttura. In pratica è il classico gancio o paletto fissato al tetto. Va bene dove serve agganciarsi in un punto preciso: un camino, un lucernario, un impianto su una copertura piccola. Esistono anche versioni girevoli o installate sotto le tegole.

Tipo B: l’ancoraggio che si porta con sé

Anche il tipo B ha punti stazionari, ma non richiede ancoraggi strutturali per essere fissato. È provvisorio e trasportabile: si monta per un intervento e poi si smonta. Una precisazione utile, perché la confusione è frequente: il tipo B non è una linea vita.

Tipo C: la linea vita flessibile

Questa è la soluzione che la maggior parte delle persone immagina sentendo dire linea vita. Secondo la definizione INAIL il tipo C impiega una linea di ancoraggio flessibile che non devia dall’orizzontale più di 15 gradi. Di solito è un cavo d’acciaio teso fra ancoraggi, a cui l’operatore resta collegato mentre si sposta.

Si trova sui tetti dei capannoni industriali, sugli edifici residenziali, sulle coperture in lamiera grecata. Sulla stessa linea possono lavorare più persone, ma solo nel numero previsto dal progetto: non è un dato che si decide sul posto. Per l’uso contemporaneo da parte di più persone esiste una specifica tecnica dedicata, la CEN/TS 16415 del 2013.

Tipo D: il binario rigido

Il principio è lo stesso del tipo C, ma la linea è rigida: un binario su cui scorre un carrello, anche qui con una deviazione dall’orizzontale non superiore a 15 gradi. Il binario non si flette come un cavo, quindi la caduta si arresta in uno spazio più ridotto. Questo lo rende adatto dove sotto l’operatore c’è poco margine.

Gli esempi tipici sono le baie di carico delle autocisterne e l’accesso a macchinari. Il binario può essere in alluminio oppure in acciaio inossidabile.

Tipo E: il corpo morto

L’ultimo tipo non si fissa affatto. L’INAIL lo descrive come dispositivo per l’uso su superfici inclinate fino a 5 gradi dall’orizzontale, la cui prestazione si realizza solo grazie a una massa e all’attrito fra questa e la superficie. In parole semplici: un blocco zavorrato che resta dove è perché pesa. Serve sulle coperture piane che non si possono forare.

Permanenti o temporanei: la seconda chiave di lettura

Le cinque lettere si possono raggruppare anche in un altro modo. I tipi A, C e D si installano in modo permanente sull’edificio. I tipi B ed E sono temporanei o rimovibili.

La distinzione ha un effetto concreto, perché ai dispositivi permanenti si applica anche la UNI 11578 del 2015, la norma italiana dedicata proprio agli ancoraggi installati in modo stabile. Un tetto con una linea vita di tipo C, quindi, ricade sotto due riferimenti: la UNI EN 795 per i requisiti e le prove del dispositivo, la UNI 11578 per il fatto di essere fisso.

Per completezza va detto che le lettere della UNI EN 795 riguardano gli ancoraggi orizzontali o quasi. Le linee vita verticali seguono altre norme: la UNI EN 353 parte 1 per le linee rigide e la UNI EN 353 parte 2 per quelle flessibili.

Perché la classificazione conta davvero

Conoscere le lettere serve a leggere un documento con occhio critico. Qualche esempio pratico.

  • Un amministratore di condominio che riceve la documentazione di una linea vita sul tetto può verificare se è indicata come tipo C e se compare il numero massimo di persone che possono collegarsi contemporaneamente.
  • Un responsabile di magazzino che deve proteggere la zona di carico di una cisterna sa che il binario rigido di tipo D arresta la caduta in meno spazio rispetto a un cavo.
  • Chi gestisce un edificio con copertura piana che non si può forare sa che esiste il tipo E, che non richiede fori.
  • Un tecnico chiamato per un intervento una tantum sa che un ancoraggio di tipo B può bastare, ma che non va confuso con una linea vita installata.

C’è anche un aspetto che riguarda la gerarchia fissata dalla legge. Una linea vita, di qualunque tipo, resta un supporto per sistemi di protezione individuale. Se sul bordo del tetto è possibile installare un parapetto, il decreto 81 chiede di dare priorità a quello. La classificazione degli ancoraggi arriva dopo, quando la protezione collettiva non è realizzabile.

L’ultimo punto riguarda l’operatore. Anche l’ancoraggio meglio progettato funziona solo se chi sale si collega con i DPI corretti: imbracatura e cordino con assorbitore di energia. Per i sistemi individuali l’articolo 115 chiede che dispositivo di presa del corpo e sistema di collegamento siano assicurati a un punto di ancoraggio sicuro, e la scelta fra trattenuta, posizionamento e arresto caduta segue l’ordine indicato dallo stesso articolo, con l’arresto caduta all’ultimo posto.

Sistemi anticaduta spiegati in modo semplice: come si classificano e perché conta
Torna su